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I vicini scomodi: Villa Mussolini e Villa Matatia a Riccione

 

 

Furono vicini scomodi nella Riccione degli anni '30, la famiglia Matatia per Benito Mussolini.

Nissim Matiatia, ebreo greco originario di Kerkyra, capoluogo dell’isola di Corfù, giunse in Italia in cerca di fortuna negli anni Venti insieme ai fratelli Leone e Eliezer. Le sue capacità imprenditoriali gli consentirono di raggiungere in poco tempo un certo benessere economico diventando un apprezzato pellicciaio con negozi di alta moda fra Faenza e Forlì che gestiva con i suoi fratelli. L’apice di questo successo economico fu l’acquisto di una villa di mattoni rossi a Riccione, Villa Matatia, a pochi passi dalla spiaggia che rappresentava per tutta la famiglia il luogo dove trascorrere in serenità momenti di svago e riposo. Una tranquillità che viene bruscamente interrotta dall’avvento delle leggi razziali del 1938.

 

Oltre ad essere ebrei e quindi sottoposti alle restrizioni previste dalle nuove leggi i Matatia avevano vicino molto ingombrante: a pochi metri dalla loro dimora c’èra Villa Margherita, acquistata da donna Rachele nel 1934, dove trascorrevale vacanze il Duce, che nel giro di poco tempo diventò punto di ritrovo in estate per gli incontri con i gerarchi di provata fede fascista. All’improvviso Nissim da pellicciaio di fiducia dei gerarchi che in occasione dei loro soggiorni a Riccione fanno a gara nel far doni a mogli e amanti diventò un “vicino scomodo” da allontanare con ogni mezzo per non mettere in imbarazzo il Duce con la presenza di una famiglia ebrea. “Dovete assolutamente vendere quella casa. E’ intollerabile che un ebreo possa villeggiare a pochi metri dal Duce. Voi, subdoli parassiti, non potete né dovete avvicinarvi né a Lui né alla sua famiglia”. Le pressioni dell’Ovra di Bologna si fecero insostenibili, il clima politico si stava deteriorando e i fratelli di Nissim stavano meditando di lasciare l’Italia e riparare all’estero, l’uno in Svizzera l’altro in America Latina: sarà la loro salvezza.

 

Ma Nissim come molti ebrei italiani in quegli anni era convinto che tutto si sarebbe risolto “all’italiana” e,  che “i tempi difficili sarebbero presto passati,  il Duce aveva varato le leggi razziali perché alleato di Hitler, ma non è veramente antisemita”. Sarà questo atteggiamento di incredulità a travolgere molte famiglie ebree nel gorgo dell’antisemitismo e dei campi di sterminio. Nel volgere di breve tutto precipita. Nissim in quanto ebreo straniero viene espulso dall’Italia e rispedito a Corfù. Con l’aiuto di un commercialista bolognese, il dottor Brunini, “una degna e brava persona”, nominato fiduciario dei suoi beni, Nissim può assicurare un po’ di tranquillità alla famiglia rimasta in Italia ma è costretto comunque a dare il consenso alla vendita della villa al mare che, con un vero furto di Stato, passa per sole 14.000 lire al comune di Riccione. La lontananza dai suoi cari, la solitudine, la monotonia di giornate trascorse senza compagnia accrebbero la malinconia nel cuore di quest’uomo onesto colpevole solo di “portare una stella anziché una croce” al collo. Rientrò clandestinamente in Italia trovando rifugio grazie all’intervento del rabbino in una casa alla periferia di Bologna mentre la famiglia nel frattempo si nasconde a Savigno, un piccolo paese dell’Appennino bolognese. Iniziò un periodo di incontri clandestini per condividere con i figli emozioni e tensioni, per fare coraggio alla moglie preda di un profondo scoramento, organizzati però in segreto per tutelare l’incolumità dei suoi familiari. Un periodo di ristrettezze economiche, di solitudine, di rimpianti per non aver seguito i fratelli che con lungimiranza hanno lasciato l’Italia prima che fosse troppo tardi. Giorni di incertezza per il futuro che terminano nel novembre 1943 quando Nissim e il figlio Roberto vennero arrestati in Piazza Re Enzo mentre la moglie e gli altri due figli furono catturati, a seguito di una delazione, il mese successivo. Deportati tutti ad Auschwitz, il figlio Beniamino fu l’unico a tornare dal campo di sterminio nel 1945, salvato dal suo amore per la fisarmonica.

Per gli stenti patiti, indebolito nel fisico dalla tubercolosi, il giovane Nino morirà due mesi dopo la liberazione.


Da: I vicini scomodi
di Roberto Matatia
Ed. La Giuntina