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8 Settembre 1943: il dramma dei soldati italiani

 

Dopo l'8 settembre, giorno dell'annuncio dell'armistizio con gli Alleati, l'esercito italiano si trovò privo di direttive precise.
Abbandonati a se stessi dal re e dal governo, preoccupati solo della propria salvezza e della continuità istituzionale, soldati e ufficiali italiani dovettero fronteggiare l'organizzata reazione tedesca. Le truppe italiane dislocate nei Balcani, nell'Europa orientale e in Francia finirono, così, per essere sopraffatte dalle forze tedesche.
Salvo alcuni episodi circoscritti e terminati nel sangue, come quello di Cefalonia, in genere i reparti italiani furono disarmati e fatti prigionieri. Si parla di oltre un milione di militari disarmati dopo l'8 settembre. Soltanto nell'Italia settentrionale furono catturati non meno di 100.000 militari.
Ad eccezione di chi prese la via di fuga o si unì ai partigiani iugoslavi e greci, la maggior parte dei soldati italiani fu convinta a cedere le armi con la falsa promessa di un ritorno a casa. In realtà vennero deportati verso una dura prigionìa.
Stipati su carri bestiame, chiamati in senso dispregiativo badoglien, non ricevettero la qualifica di "prigionieri di guerra" ma quella di "internati militari italiani" (IMI), venendo considerati non nemici ma ex alleati.
Hitler, infatti, non riconobbe lo status di "belligerante" al Regio Esercito Italiano e diede impropriamente la qualifica di "internati militari" ai soldati italiani perché tale definizione poteva essere attribuita, per la Convenzione di Ginevra, a chi fosse stato presente in "Stati neutrali", non coinvolti nel conflitto, con semilibertà di movimento e di lavoro.

In definitiva tale definizione non poteva essere attribuita ai militari italiani perché essi erano
prigionieri in uno Stato belligerante come la Germania. Tra le assurde conseguenze, oltre quella della non applicazione della Convenzione di Ginevra del 1929, vi fu anche quella della mancata assistenza della Croce Rossa Internazionale, essendo competente la Croce Rossa della Repubblica Sociale Italiana la quale non aveva alcun potere di ispezione nei campi.
La RSI, quale "potenza garante" degli IMI, avrebbe dovuto, perciò, occuparsi delle loro condizioni. Di qui la creazione del Servizio Assistenza Internati (SAI), che generò spesso un conflitto di competenza con la Croce Rossa Italiana. Ma fu la mancata collaborazione tedesca, insieme agli intenti propagandistici fascisti, a portare al completo fallimento ogni iniziativa. Il risultato fu che i soldati vennero lasciati a se stessi.
Il loro numero non è ancora del tutto accertato. Dal confronto della cifre ufficiali italiane fornite nel dopoguerra, quelle tedesche e quelle dei singoli reparti, appare un numero oscillante tra 650.000 e 710.000 su circa 800.000 catturati. La differenza tra il totale dei catturati e quello degli internati è data dal numero di coloro che accettarono subito di continuare la guerra a fianco di Hitler.
Tutti i militari internati vennero messi di fronte alla stessa alternativa: la prigionìa con il lavoro forzato o l'adesione al nazifascismo. Solo una percentuale intorno al 15% scelse quest'ultima soluzione.
Si parla, a tale proposito, di circa 100.000 uomini che, nel complesso, accettarono la proposta tedesca. Tra questi 40.000 combatterono per il Reich o la RSI e ben 60.000 diventarono lavoratori "ausiliari" delle forze armate tedesche.

La grande maggioranza proclamò il suo "No" a continuare la guerra nelle formazioni della Repubblica di Salò o in quelle naziste.
Tale gesto di ribellione secondo alcune interpretazioni può essere considerato come primo atto della Resistenza, in quanto pronunciato prima della dichiarazione della cobelligeranza tra Regno del Sud ed Alleati (13 ottobre 1943) e prima dell'inizio della lotta partigiana.
Tale tesi semplifica forse troppo il problema e propende per una conclusione probabilmente troppo affrettata.
Indubbiamente in alcuni casi questo rifiuto fu il frutto di una valutazione politica e consapevole, ma in molti altri fu causata da motivazioni diverse come il non voler tornare a combattere o la preoccupazione di essere tacciati di collaborazionismo. Anche la volontà di attendere gli eventi e aspettare, in prigionìa, la sconfitta tedesca dovette giocare molto in animi ormai affranti dalla sconfitta e pieni di delusione.
Comunque, le motivazioni del "No", come anche quelle del "Si", furono le più varie, giocando anche la situazione ambientale, le condizioni dei singoli campi di internamento o quelle di lavoro. Così come ebbero un ruolo lo spirito di corpo o le opinioni dei camerati vicini o la stessa influenza dei comandanti dei reparti.
In definitiva, l'intera questione non può essere liquidata semplicisticamente vedendo il rifiuto o l'accettazione sulla base della dicotomia fascismo-antifascismo, spesso tutt'altro che consapevole specie tra i militari di truppa, disorientati e stanchi.
Con ciò non si vuol negare valore ad episodi altamente significativi, espressione della difesa della dignità della divisa e della propria fedeltà alla monarchia.
Pensiamo al caso dei 244 sottotenenti della scuola militare di Pinerolo che, non essendo riusciti a giurare in Italia, compiono la cerimonia nel campo di prigionìa.
La pressione tedesca per l'arruolamento nell'esercito di Salò o in quello nazista fu, naturalmente, molto più forte nei confronti degli ufficiali che verso i semplici soldati. Inoltre, l'adesione della truppa comportava "problemi di inquadramento senza procurare benefici di rilievo sul piano dell'immagine".
Ben 30.000 ufficiali vennero così sottoposti a continue pressioni e umiliazioni. Il 30% di loro cedette. Chi scelse la prigionìa andò incontro a 20 mesi di condizioni infamanti. Mentre i soldati furono inviati a lavori massacranti, gli ufficiali vennero detenuti in grandi campi con la minaccia di inviarli al lavoro forzato. Il prezzo pagato fu molto alto. Pur nella mancanza della documentazione dei lager tedeschi, distrutta alla fine della guerra, si stimano in 40.000 i decessi avvenuti. Ma probabilmente essi furono molti di più, aggirandosi intorno ai 57.000.

La distribuzione iniziale degli IMI fu in campi di transito (Dulag), campi per soldati (Stalag), campi per ufficiali (Oflag), campi ausiliari e comandi di lavoro (Arbeitskommando).
I soldati e i sottufficiali, dunque, dopo il 20 settembre 1943 furono inviati a ogni tipo di lavoro poiché tutti i maschi abili tedeschi erano arruolati nella Wehrmacht o nei servizi ausiliari. Di qui la collocazione degli IMI organizzata dal plenipotenziario alla mano d'opera Fritz Saukel che spedì gli internato a sostituire i lavoratori germanici.
Tutte le attività produttive tedesche funzionarono grazie a milioni di "schiavi", lavoratori civili volontari o "coatti", prigionieri di guerra, deportati. In questo modo i militari italiani si trovarono ad un livello inferiore rispetto ai lavoratori civili e a uno superiore rispetto agli ebrei e ai deportati. Numerosi i campi nei quali furono impiegati, da quelli di supporto allo sforzo bellico ai lavori agricoli, dalle ferrovie alle miniere, dallo sgombero delle macerie al lavoro nelle fabbriche.
Migliaia di militari furono inviati anche a Dora, sottocampo di Buchenwald, per la costruzione di installazioni sotterranee e per la fabbricazione delle micidiali V1 e V2.
Con l'accordo tra Hitler e Mussolini del luglio 1944 tutti i militari internati, compresi gli ufficiali, vennero trasformati in lavoratori civili.
Molti non accettarono la nuova condizione, ritenendola lesiva della dignità della divisa, o per paura di un coinvolgimento nei teatri delle operazioni militari. Un documento del partito fascista della RSI, reperito dallo storico Gerard Schreiber, parla addirittura di un 70% di rifiuti.
Di qui l'imposizione d'autorità del provvedimento agli internati. Ne vennero esclusi solo i generali, i medici, i cappellani militari, oltre ai malati cronici e agli ufficiali considerati ostili, per un totale di 6.000 unità.

Inizialmente messa nel dimenticatoio, la storia degli IMI sta subendo, negli ultimi tempi, una maggiore attenzione, soprattutto per la meritoria azione di associazioni di ex internati che hanno stimolato la pubblicazione di diari e ricordi per non disperderne la memoria.