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ASSOCIAZIONE
FIGLI DELLA SHOAH

IN RICORDO DI MARIO LIMENTANI

 

Mario Limentani, originario di Venezia ma trasferitosi a Roma in tenera età giovanissimo, visse nella capitale fino all’impatto scioccante con le leggi razziste del 1938. Arrivarono poi la guerra, la fame, i bombardamenti, la caduta del fascismo, l’occupazione tedesca, la raccolta dell’oro e la tragica alba del 16 ottobre del 1943, con la retata degli ebrei in tutta Roma, durante la quale i Limentani si nascosero in uno scantinato sottraendosi, per quella volta, alla cattura da parte delle SS di Herbert Kappler. Purtroppo il ventenne Mario Limentani, come centinaia di altri ebrei romani, che aveva aderito alla Restistenza, finì comunque tra le grinfie dei nazisti, qualche settimana dopo, a fine dicembre del 1943, nei pressi della Stazione Termini, forse a causa di una delazione della celebre spia ebrea Celeste Di Porto, detta la Pantera Nera. E ad arrestarlo e a consegnarlo ai nazisti furono alcuni fascisti, a testimonianza di quanto pesò il collaborazionismo italiano nella vicenda della Shoah. Incarcerato a Regina Coeli, il 4 gennaio del 1944 Mario Limentani venne condotto al binario n. 1 della Stazione Tiburtina e caricato su un vagone piombato in partenza per il Reich, assieme a circa 300 altri deportati.
Tra i suoi compagni di viaggio, in maggioranza politici, vi erano i nipoti di Badoglio, Pietro e Luigi Valenzano eFilippo D’Agostino, uno dei fondatori del partito comunista d’Italia. Ma vi erano anche una decina di ebrei.

All’arrivo a Mauthausen, a Limentani,  registrato come ebreo, venne cucita sulla tuta a righe «una stella fatta con due triangoli: uno rosso con IT nero perché era italiano ed era arrivato con i politici e uno giallo perché di religione ebraica.

A differenza della maggior parte degli ebrei italiani, Mario Limentani non venne deportato ad Auschwitz, ma a Mauthausen, uno dei Lager simbolo della deportazione politica ed in seguito fu trasferito nel sottocampo di Melk, poi di nuovo a Mauthausen e infine nell’altro sottocampo di Ebensee. 

Le pagine più toccanti delle memorie di Limentani raccontano della famosa «scala della morte» di Mauthausen: i 186 gradini, ripidi e scivolosi, che conducevano alla cava e che i deportati erano costretti a salire e scendere più volte al giorno, con un pesante carico di massi di granito.

Molti di essi non resistettero e perirono su quella scala, privi di forze, rotolando sui gradini oppure facendo un tragico volo nel burrone sul quale la scala si protendeva.
Limentani fu uno dei pochi ebrei romani a sopravvivere alla soluzione finale e a tornare a casa. E nel dopoguerra, diventerà una delle colonne portanti dell’Aned capitolino e uno dei principali testimoni italiani della deportazione razziale e politica.

Sia il suo ricordo in benedizione.

(Venezia, 18 Luglio 1923 -  Roma, 28 Settembre 2014)