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FIGLI DELLA SHOAH

SHLOMO VENEZIA: SONDERKOMMANDO AD AUSCHWITZ

(...) Poco tempo prima dello scoppio della rivolta, durante le ultime gassazioni di massa nel Crematorio, mi trovai per caso nello spogliatoio all'arrivo di un gruppo di prigionieri selezionati all'ospedale del campo.
C'erano due o trecento persone e tutti sapevano perchè si trovavano lì.
Ad un tratto sentìì qualcuno che chiamava: "Shlomo!".
Sorpreso, mi girai per vedere chi poteva conoscermi. La voce ripetè: "Shlomo, non mi riconosci?"
Osservando l'uomo che aveva parlato, finìì col riconoscere il cugino di mio padre, Lèon Venezia.

La sua voce era cambiata, era pelle e ossa. Era stato deportato nel mio stesso convoglio ma non era stato selezionato per il Sonderkommando.

Mi raccontò che aveva lavorato alla canalizzazione delle acque. Aveva ricevuto un colpo al ginocchio, che si era gonfiato, ed era stato portato all'ospedale.
Qui, chiunque non guariva naturalmente rischiava, nel giro di qualche giorno, di venire selezionato per la camera a gas. Disgraziatamente era quello che gli era successo; senza cure, il suo ginocchio si era gonfiato ancor di più e l'avevano scelto durante la selezione.

Mi supplicò di andare a parlare con l'SS-Unterscharfürer  di guardia per cercare di convincerla a prenderlo nel Sonderkommando. Provai a spiegargli che non serviva a niente, eravamo tutti nella stessa situazione, ma lui insistette.
Allora, per calmarlo, andai a parlare con il tedesco che mi rispose con un gesto della mano:
" Ah! Das ist scheißegal!", "Non me ne frega niente!".
Tornai da Lèon e per distrarlo gli chiesi se aveva fame, sapendo che non doveva aver mangiato granchè da chissà quanto tempo. Corsi a prendere una fetta di pane e una scatola di sardine che tenevo sotto il letto e ridiscesi rapidamente dalla soffitta per non correre il rischio che fosse già nella camera a gas.
Gli diedi tutto e lui, talmente affamato, inghiottì quello che gli offrivo senza neanche masticare, come fosse acqua.
Nel frattempo era venuto il suo turno per entrare nella camera a gas.
Era tra gli ultimi e il tedesco si mise a urlare. Lo presi per un braccio mentre continuava a farmi domande sconvolgenti: "Quanto tempo ci si mette a morire? Si soffre molto?"
Non sapevo cosa rispondergli e per rassicurarlo mentìì, dicendogli che non sarebbe durato molto, che non avrebbe sofferto.
In realtà passare tra i dieci e i dodici minuti alla ricerca di aria è lungo...
Dopo esserci abbracciati, lui entrò per ultimo e il tedesco chiuse la porta dietro di lui.
I miei compagni mi sostennero e mi fecero allontanare perchè non lo vedessi all'apertura della porta della camera a gas.

Era già duro averlo visto così.

Poi, quando lo portarono davanti ai forni, ci chiamarono, me e mio fratello, per recitare la preghiera del  kaddish prima di bruciare il corpo.

 

Shlomo Venezia

Da Sonderkommando Auschwitz
Ed. Rizzoli