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FIGLI DELLA SHOAH

LA RIVOLTA DEI SONDERKOMMANDO

 

 

L'idea della rivolta era nata molto prima del mio arrivo a Birkeanu ed era sopravvissuta alle diverse selezioni grazie ad alcuni Kapos che, come Lemke o Kaminski, si trovavano nel campo da lungo tempo e si erano incaricati della sua organizzazione:
Kaminski, il capo dei Kapos del Crematorio, era la mente principale; lo rispettavamo tutti.
Lui e qualche altro erano riusciti a stabilire dei contatti con l'esterno e a formare un gruppetto di persone incaricate della preparazione della rivolta.

I contatti avevano luogo sia al momento di andare a prendere la zuppa sia nel campo delle donne, a cui alcuni uomini del Sonderkommando avevano accesso di tanto in tanto:
Dovevano consegnare il denaro che, passando di mano in mano, arrivava ai resistenti all'esterno del campo.
Uno degli uomini che teneva i contatti si chiamava Alter. (...) Seppi soltanto in seguito la ragione per cui si recava così spesso nel campo delle donne e in cucina. In realtà andava a recuperare della polvere esplosiva che gli procuravano delle detenute ebree che lavoravano in una fabbrica vicina al campo.
Io ero troppo giovane ed ero arrivato da troppo poco tempo per essere messo al corrente dei preparativi di cui venni informato, come tutti gli altri uomini del Sonderkommando, soltanto all'ultimo momento.
Bisognava che tutto rimanesse segreto per evitare che qualcuno di noi, tra i più deboli, dicesse ai tedeschi quello che sapeva nella speranza di salvarsi la pelle.
I preparativi si svolsero con discrezione; i Kapos non si fidavano che degli uomini esperti. Tuttavia due giorni prima dello scoppio della rivolta era chiaro che si stava preparando qualcosa, ma nessuno osava parlarne apertamente.

La vigilia del giorno previsto per l'inizio della rivolta (sabato 7 ottobre 1944), fummo avvisati uno a uno dal nostro Kapo.
La parte più importante della rivolta doveva avvenire nel Crematorio II.
Ogni giorno, verso le sei del pomeriggio, delle sentinelle SS passavano di fronte al cancello del Crematorio II per raggiungere le torrette di guardia e passarvi la notte. Camminavano in libertà, senza fretta, con i mitra in spalla; spesso li sentivamo scherzare tra loro. Il piano prevedeva che, al loro passaggio, degli uomini aprissero il cancello e li aggredissero per ucciderli e recuperare le armi, l'azione avrebbe dato il segnale della rivolta agli altri Crematori.

Tutto era stato programmato nel dettaglio. Alla fine era stato deciso di non coinvolgere i resistenti all'esterno del campo, perchè rifiutavano di convenire una data.
Secondo me la rivolta venne fatta scoppiare in quel preciso momento dal Sonderkommando perchè era evidente che stavano arrivando gli ultimi grandi convogli e che, ben presto, non ci sarebbe stato più nessuno da gasare.
Allora sarebbe arrivato il nostro turno... bisognava tentare il tutto per tutto.
Benchè senza speranza eravamo conviti che fosse meglio agire ed essere uccisi piuttosto che morire senza aver tentato nulla.

Lemke ci avvertì, senza usare la parola "rivolta", ma dicendo soltanto: "Tieniti pronto, faremo qualcosa per provare ad uscire da questo posto".
Tutti credevano nel piano. Non speravano tanto di sopravvivere, quanto di fare qualcosa: sapevamo che alcuni di noi ci avrebbero lasciato la pelle, ma era arrivato il momento di ribellarsi, non si poteva andare avanti così.
Nessuno si domandava se avrebbe funzionato davvero; l'importante era fare qualcosa.

La rivolta doveva iniziare alle sei del pomeriggio.
Quel giorno però, verso le due, arrivotò sulla rampa un convoglio di deportati.
Erano molti.
Normalmente mezz'ora dopo l'arrivo di un convoglio , le guardie del treno venivano sostituite dalle SS del campo, che aprivano i vagoni e conducevano i prigionieri verso la Sauna o i Crematori, ma quel giorno non arrivava nessuno.
Non riuscivamo a capire perchè quel convoglio rimanesse lì, senza che nessuno se ne occupasse.
Più tardi scoprimmo che, qualche minuto primo, un ufficiale e due sottoufficiali delle SS erano andati al Crematorio IV e avevano chiamato il numero di matricola di 200 uomini del Sonderkommando, ordinando loro di scendere.
Gli uomini, che si preparavano alla rivolta, avevano pensato che i tedeschi, insospettiti, volessero eliminarli prima della ribellione e nessuno si era presentato.

Dettero fuoco ai materassi e cominciarono la rivolta prima dell'ora prevista, convinti di essere stati traditi. Ebbero il tempo di uccidere tre tedeschi prima dell'arrivo dei rinforzi.
Avevano incendiato il Crematorio e tentato la fuga, ma erano stati quasi tutti uccisi.

Eravamo troppo lontanti e senza mezzi di comunicazione per capire cosa stava succedendo, vedemmo solamente uno strano fumo proveniente dal Crematorio IV e ci ritrovammo ben presto bloccati all'interno del III. La situazione nel Crematorio II era più o meno la stessa, tranne che lì molti uomini tentarono la fuga, anche se disgraziatamente non andarono molto lontano.
Non mi accorsi subito di quello che stava accadendo.

(...) Solo il giorno dopo venimmo a conoscenza di quello che era successo al Crematorio IV, dal momento che le SS circondavano il nostro Crematorio e impedivano a chiunque di uscire.
Indossavano delle uniformi militari e dei mitra pesanti, come se stessero al fronte.
Nel Crematorio II tutti quelli che avevano tentato la fuga erano stati uccisi. Lemke, ordinando di non muoverci, ci salvò la vita. Se non fosse stato così deciso, alcuni avrebbero probabilmente tentato di forzare le porte. (...) Non ci muovemmo per tutta la notte.

Il giorno dopo i tedeschi ordinarono che trenta persone uscissero per continuare il lavoro al Crematorio II ed io decisi di far parte del gruppo; avevo perduto ogni speranza di sopravvivere
in altro modo. Le guardie continuavano a circondare il Crematorio; avrebbero ben presto fatto irruzione se non fossimo usciti da soli.
Contrariamente a quanto mi aspettavo, non ci uccisero all'istante ma ci portarono al Crematorio II.
Laggiù due o tre prigionieri che non avevano tentato la fuga erano ancora in vita e ci rivelarono cosa era successo. Non sapevamo ancora che gli altri, quelli che avevano provato a fuggire, erano già stati catturati ed uccisi.
Ci raccontarono invece cosa avevano fatto a Karol, il Kapò tedesco, criminale comune che aveva, a quanto pare, denunciato e rivelato il progetto dela rivolta.
L'avevano picchiato e gettato nel forno vestito, così com'era.

Ci mettemmo al lavoro per bruciare i corpi che erano rimasti nella camera a gas.
La sera non arrivò il gruppo che avrebbe dovuto rimpiazzarci e noi lavorammo trentasei ore di fila senza che nessuno se ne preoccupasse.
Alla fine ci permisero di salire a riposare.
Nel frattempo i corpi dei prigionieri evasi erano stati disposti nel cortile del Crematorio, in attesa di venire portati ai forni per essere bruciati.
Ma se ne preoccuparono altri detenuti. I tedeschi non vollero che bruciassimo i cadaveri dei nostri compagni; temevano che sarebbe potuta scoppiare una nuova rivolta. Più tardi gli uomini che si erano rifiutare di lasciare il Crematorio III vennero trasferiti al II, con noi.
Il Crematorio III non venne più utilizzato e la sua demolizione cominciò poco tempo dopo.
Il Crematorio IV era invece già fuori uso; gli uomini del Sonderkommando erano riusciti a farlo esplodere al momento della rivolta.

Eravamo all'inizio di ottobre e i convogli non arrivavano più così regolarmente.

Shlomo Venezia
Sonderkommando ad Auschwitz
Ed. Rizzoli