Attendere prego…

HOME SOSTIENI CHI SIAMO NEWS CONTATTI LINK FAQ ENGLISH MEMORIALE DELLA SHOAH KIT DIDATTICO TESTIMONIANZE MOSTRE ITINERANTI PIETRE D'INCIAMPO SEMINARI GIORNO DELLA MEMORIA EVENTI DALLA NOSTRA PAGINA FACEBOOK SEZIONI

ASSOCIAZIONE
FIGLI DELLA SHOAH

19 OTTOBRE 1945: Il ritorno a casa di Primo Levi

 

Il viaggio di ritorno di Primo Levi inizia a fine febbraio per concludersi il 19 ottobre del 1945 con l’approdo a Torino. La prima fermata è Katowice, Polonia, dove i sopravvissuti sono smistati in un campo di transito sottratto ai nazisti e riadattato a nuova funzione. Qui, i disgraziati possono trovare un primo ristoro e ritornare a svolgere lavori utili alla vita in comune, oppure imparare nuove lingue e mestieri. Nel mese di giugno, Primo Levi scrive una lettera ad un’amica, Bianca Guidetti Serra, frequentata negli anni milanesi: “Sono vestito come uno straccione, arriverò forse a casa senza scarpe, ma in cambio ho imparato il tedesco, un po’ di russo e di polacco, e inoltre a cavarmela in molte circostanze, a non perdere coraggio e a resistere alle sofferenze morali e corporali. Porto di nuovo la barba per economia di barbiere; so fare la zuppa di cavoli e di rape, e cucinare le patate in moltissimi modi, tutti senza condimenti. So montare, accendere e pulire stufe. Ho fatto un numero incredibile di mestieri: l’aiuto muratore, lo sterratore, lo spazzino, il facchino, il beccamorti, l’interprete, il ciclista, il sarto, il ladro, l’infermiere, il ricettatore, lo spaccapietre: perfino il chimico!” Perfino il chimico. Ironicamente, lo scrittore segnala la possibilità di svolgere la sua vera professione. Il clima tra i forzati viaggiatori, però, è ancora una volta segnato da una gioia frammista a profonda angoscia. Nessuno ha la sicurezza di ritrovare, nel paese di origine, una casa ancora in piedi. Nell’immediato dopoguerra in Polonia avvengono progrom per mano della popolazione locale, sempre contro gli ebrei: sono civili che hanno approfittato delle espropriazioni naziste per impossessarsi delle abitazioni dei deportati.

 

Dopo Katowice, il percorso del treno è tutto fuorché “razionale”. Dalla Polonia, il convoglio si muove verso oriente, destinazione Odessa, e poi, a causa di una interruzione sulla linea, sterza per andare a Nord, nell’odierna Bielorussia. Il viaggio è preda della confusione, di errori e di casualità, sbandamenti tipici di un mondo in disgregazione, senza punti di riferimento. “Italiani-rumeni e italiani-italiani, tutti sugli stessi carri merci, tutti col cuore stretto, tutti in balia della indecifrabile burocrazia sovietica, oscura e gigantesca potenza, non malevola verso di noi, ma sospettosa, negligente, insipiente, contraddittoria, e negli effetti cieca come una forza della natura”. A Starye Doroghi, la località più settentrionale toccata da Primo Levi nel suo peregrinare, subentra nell’autore una specie di stanchezza. I lunghi mesi estivi lo rendono indolente. Il confronto con i suoi compagni di sventura, sfrontati, molto abili nell’incantare le contadine locali per avere un uovo in più da mangiare, mette in risalto la sua pasta di intellettuale innocente, i suoi modi impacciati e le  difficoltà incontrate nelle negoziazioni con la cruda realtà. Eppure, né il resoconto di viaggio né le lettere indulgono in pensieri nostalgici. Solo a settembre inoltrato viene concesso di ripartire.

 

Primo Levi si reinserisce nella vita di tutti i giorni, ma la tranquillità ritrovata è un cristallo fragile. Il ricordo dell’orrore affiora a cadenze regolari: un sogno contenuto in un altro sogno, pieno di spavento, lo perseguita. “Sono a tavola con la famiglia, o con amici, o al lavoro, o in una campagna verde; in un ambiente insomma placido e disteso, apparentemente privo di tensione e di pena; eppure provo un’angoscia sottile e profonda, la sensazione definita di una minaccia che incombe. E infatti, al procedere del sogno, a poco a poco o brutalmente, ogni volta in modo diverso, tutto cade e si disfa intorno a me”. Tutto è ora volto in caos: sono solo al centro di un nulla grigio e torbido, ed ecco, io so che cosa questo significa, ed anche so di averlo sempre saputo: sono di nuovo in Lager, e nulla era vero all’infuori del Lager”. 

Alessandro Vergari