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ASSOCIAZIONE
FIGLI DELLA SHOAH

Simone Veil

 

Il 30 giugno 2017 scompariva a quasi 90 anni, Simone Jacob Veil, avvocatessa e famosa esponente politica francese. Nel 1979 diventò la prima Presidente donna del Parlamento Europeo, e fece sempre dei diritti delle donne la sua battaglia politica più importante. 

 

Appena sedicenne, nel 1944, venne catturata dalle SS e trasferita assieme alla madre Yvonne e alla sorella Madeleine in Polonia nel campo di sterminio di Auschwitz dove le fu tatuato sul braccio il numero identificativo 78561. Il padre e il fratello, deportati nelle stesse ore verso la Lituania, non fecero mai più ritorno a casa.  La madre morì di tifo durante la prigionia. Lei, Madeleine - liberate dagli Alleati nell'aprile 1945 - e l'altra sorella Denise (attiva nella Resistenza) sono le uniche sopravvissute della famiglia. Questa terribile esperienza segnerà tutta la sua vita.

 

"Sono stata arrestata con mia madre, mia sorella maggiore e mio fratello a Nizza il 30 marzo 1944; il 7 aprile abbiamo raggiunto il campo di Drancy in treno. Il 13 aprile mia madre, mia sorella ed io siamo state deportate ad Auschwitz; il viaggio nei vagoni, dove eravamo ammassati senza possibilità di sederci, è durato due giorni e mezzo. Alla discesa dal treno, i deportati in tenuta da forzati dissero ai ragazzi e alle ragazze che avevano una quindicina di anni di invecchiarsi di un anno o due per non essere selezionati per la camera a gas al loro arrivo. In effetti, tutti quelli che avevano meno di 15 anni o erano sopra la quarantina vennero mandati direttamente alla camera a gas per essere sterminati.

Conservo soprattutto la memoria dell’arrivo, nell’estate 1944, di circa quattrocentomila ungheresi deportati, per i quali i binari della ferrovia erano stati prolungati fino all’interno del campo e che furono quasi tutti direttamente sterminati nelle camere a gas.

Il fatto di essere stata deportata mi ha talmente marchiata che posso dire, anche se può sembrare assurdo, che questa è la cosa più presente nella mia vita. Anche quando cerco di sfuggirne, c’è sempre qualcosa che me la ricorda: un’impressione personale, un’intenzione o un avvenimento, un odore. I riferimenti a Auschwitz sono d’altra parte diventati quasi banali, vi fanno ripiombare nel passato anche se non sono sempre appropriati. Per gli ex deportati il passato resta presente, ci lega, ci perseguita, impregna i nostri pensieri e le nostre notti.

La trasmissione della Memoria è essenziale per noi, ex deportati. Dev’essere la più completa e la più vicina alla verità, rifiutando il negazionismo o la banalizzazione della tragedia. Il rischio di banalizzazione è molto concreto e gli esempi sono numerosi: il paragone fra Auschwitz e Hiroshima o il bombardamento di Dresda, l’utilizzo del termine genocidio per i massacri di Sabra e Chatila e più recentemente per la pulizia etnica nei Paesi dell’ex Jugoslavia, nella Repubblica Democratica del Congo o ancora in Ruanda.

Non accetto la confusione che è stata fatta fra pulizia etnica e sterminio degli ebrei. Quale che sia la barbarie di questi fatti, essi sono differenti tanto per il contesto politico, tanto per la loro realtà concreta. L’analisi della differenza mi sembra essenziale per preservare la memoria della Shoah, la cui specificità è storicamente riconosciuta. Senza analisi storica e ideologica, si banalizza l’avvenimento e lo si priva dei mezzi per prevenire e combattere eventuali catastrofi.

Questa fu anche la battaglia di Primo Levi per tutta la sua vita. Egli ha lottato, in pubblico e soprattutto fra i giovani, contro ogni tentativo di banalizzazione e di revisionismo, rifiutando il miscuglio tra il Gulag sovietico e il Lager nazista, dove nessuno sarebbe dovuto sopravvivere, tanto che il tasso di mortalità era del 90% a Auschwitz, mentre era del 30% in un Gulag. Per i nazisti, il solo fatto di essere nati ebrei era un crimine e giustificava così l’eliminazione totale di questa popolazione, neonati e bambini compresi.

Si dimentica troppo spesso che gli zingari hanno conosciuto una sorte equivalente a quella degli ebrei. Soprattutto nel corso di quella tragica notte dell’estate 1944 quando tutti coloro che vivevano in famiglia nel campo di Birkenau sono stati condotti nella camera a gas".

 

Simone Veil