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La tragica notte del Porrajmos

 

 

Piero Terracina ricorda perfettamente la notte in cui rom e sinti scomparvero da Birkenau: “Io non avevo ancora 16 anni ed arrivai a Birkenau; quello era un Vernichtunglager (campo di sterminio) dove non è che si poteva morire, si doveva morire. Erano tutti settori separati che si distinguevano per una lettera che era stata loro associata e dall’altro lato del nostro filo spinato c’era il settore che era conosciuto come lo Zigeunerlager ovvero il campo degli zingari[…]. In quel campo c’erano tantissimi bambini, molti di quei bambini certamente erano nati in quel recinto […]. La notte del 2 agosto 1944, ero rinchiuso ed era notte e la notte nel lager c’era il coprifuoco, però ho sentito tutto. In piena notte sentimmo urlare in tedesco e l’abbaiare dei cani, dettero l’ordine di aprire le baracche del campo degli zingari, da lì grida, pianti e qualche colpo di arma da fuoco. All’improvviso, dopo più di due ore, solo silenzio e dalle nostre finestre, poco dopo, il bagliore delle fiamme altissime del crematorio. La mattina, il primo pensiero fu quello di volgere lo sguardo verso lo Zigeunerlager che era completamente vuoto, c’era solo silenzio e le finestre delle baracche che sbattevano”.

 

Porrajmos non è un termine molto noto, anche tra coloro che sono più attenti al dovere della memoria. È il termine – traducibile come "grande divoramento" - con cui Rom e Sinti indicano lo sterminio del loro popolo sotto il nazismo.

In Italia le leggi razziali del 1938 colpirono anche la comunità zingara. I rom internati furono circa 25.000. L’internamento dei rom e sinti in Italia obbedisce agli ordini emanati l’11 settembre 1940 dal capo della polizia Arturo Bocchini.

L'Italia fascista è stata un ingranaggio del sistema di persecuzione e deportazione di rom e sinti e quindi del Porrajmos. Questo attraverso alcune fasi specifiche con un intervento sempre più radicalizzato: l'allontanamento ed il rimpatrio dei cosiddetti "zingari" (anche quelli di cittadinanza italiana), la pulizia etnica nelle zone di frontiera rispetto alla presenza di soggetti rom e sinti (con il confino obbligatorio in Sardegna), l'arresto e l'invio in "campi di concentramento riservati a zingari" sorti sul territorio italiano ad esempio ad Agnone (Molise).

Dal 1933, data dell’ascesa al potere del nazismo, il regime tedesco sviluppa una politica repressiva contro gli zingari in tre direzioni ascendenti: 1933–1937, si intensificano le misure vessatorie e di controllo; 1937–1940, si sviluppano rigorosi controlli contro la delinquenza, il vagabondaggio e l’asocialità; infine, 1940–1943, si estendono le leggi razziali anche verso gli zingari.

Il 16 dicembre 1942 Himmler firma l'ordine di internare gli zingari ad Auschwitz, insieme alle prostitute avranno sul petto un triangolo nero e una Z cucita sul vestito.
L’ordine di Himmler era stato anticipato da una lunga serie di atti persecutori e violenti. La “questione zingara”, infatti, aveva impegnato i nazisti sin dai primi anni di regime e la sua “risoluzione” fu peraltro facilitata dalla preesistenza di istituzioni, iscritte nella secolare storia di discriminazione europea di questo popolo, quali il Servizio informazioni sugli zingari, fondato a Monaco nel 1899, ma presto trasformato in Ufficio centrale per la lotta alla piaga zingara, con sede a Berlino, che si occupò della individuazione di tutti gli appartenenti alla razza zigana. Se, infatti, fino ad allora gli zigani erano stati considerati un problema di ordine securitario da affidare alle autorità di polizia, per i nazionalsocialisti divennero immediatamente un problema di ordine razziale.

Tra i più zelanti a occuparsene vi furono lo psichiatra Robert Ritter, a capo prima dell’Unità di ricerca per l’igiene razziale e biologia demografica e poi dell’Istituto di Biologia criminale, e la sua assistente Eva Justin, che fornirono i presupposti “scientifici” alla successiva legislazione: gli zingari provenivano sì dal ceppo indoeuropeo ariano, ma nel corso delle lunghe peregrinazioni avevano perso la loro purezza, e costituivano quindi ormai “un miscuglio pericoloso di razze deteriorate”, portatrici addirittura del gene Wandertrieb, “la voglia di girovagare”, un istinto amorale al nomadismo.

Schedatura – anzi, “censimento” nel linguaggio nazista –, studio genetico per definire il livello di purezza o ibridazione di ciascun individuo, sterilizzazione forzata della popolazione dai 12 anni in su, incarcerazione, trasferimento in sezioni speciali dei ghetti per gli Ebrei o in campi di lavoro e aree dedicate – in condizioni però insostenibili per la sopravvivenza dei più –, annullamento dei diritti personali e poi, con il procedere dell’avanzata nazista in Europa, stragi in loco immediate per contrastare le fughe, fino al comando definitivo del trasferimento di tutti gli zingari ad Auschwitz, inequivocabile segno del disegno genocida.

Il primo convoglio raggiunse il lager il 26 febbraio 1943; marchiati con la stella nera degli “asociali” – ciò che ha permesso per molto tempo di considerare la loro deportazione una questione, ancora, di ordine pubblico –, furono segregati nel cosiddetto Zigeunerlager, senza passare per la selezione in entrata, senza essere separati dalle loro famiglie, né costretti poi al lavoro forzato, ma lasciati morire per inedia, freddo e malattie. Probabilmente proprio perché considerati “razza degradata”, inoltre, continuarono a essere preferiti come cavie negli esperimenti medici compiuti da Mengele e dal suo staff.

 

La notte del 2 agosto 1944, un delirante comunicato di Hitler ordina l'immediata eliminazione dei 2897 zingari, tra cui donne, anziani e bambini.