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L'ultima marcia di Janusz Korczak

 

 

Annaffio i fiori. La mia calvizie alla finestra: che buon obbiettivo!

Ha un fucile. Perché sta così fermo a guardare tranquillamente?

Non ne ha ricevuto l’ordine.

Chissà, forse da borghese faceva l’insegnante in campagna, o il notaio, o il netturbino a Lipsia, o il cameriere a Colonia.

Che cosa farebbe se gli facessi un piccolo cenno con la testa?

Un gesto amichevole con la mano?

Forse lui non sa neppure cosa sta succedendo: forse è arrivato soltanto ieri, e da molto lontano…

Januzk Korczak ,
dal Diario del Ghetto
6 agosto 1942

 

L’ultima marcia

Janusz Korczak morì insieme ai suoi bambini. Fu portato via dal getto in un carro bestiame i primi giorni dell’agosto 1942. La mattina del 6 agosto l’area del cosiddetto Piccolo Ghetto venne attorniata da reparti delle SS e dagli ascari, soldati ucraini e lituani. Il Diario di Abraham Lewin situa gli avvenimenti il 7 di agosto.

 

Venerdì, 7 agosto

Il diciassettesimo giorno del massacro. Ieri è stata una giornata orribile con un gran numero di morti. Dal ghetto piccolo la gente è stata prelevata in massa. Il numero delle vittime è valutato intorno alle 15.000. Hanno svuotato l’orfanotrofio del dottor Korczak a cominciare dal dottore stesso. Duecento orfani.

 

Korczak era alla testa del corteo. Senza cappello, con gli stivali militari, si racconta portasse in braccio due bambini. Alla marcia presero parte 192 bambini e dieci educatori, fra cui la pedagoga braccio destro di Korczak, Stefania Wilczynska.

Il giorno stesso 4000 bambini con i loro educatori vennero presi dagli orfanotrofi e deportati a Treblinka.

L’ultima marcia di Korczak è raccontata con toni diversi in numerose testimonianze. Qui citiamo quella di Marek Rudnicki, noto grafico e pittore, bambino nel ghetto.

Non voglio passare per iconoclasta, per sovversivo, ma oggi devo raccontare quello che ho visto allora. L’atmosfera era intrisa di una sorta di enorme scompiglio, automatismo, apatia. Non ci fu alcuna emozione al passaggio di Korczak. Nessuno fece il saluto militare, descritto da alcuni, di sicuro non ci fu nessun intervento da parte dello Judenrat, nessuno si avvicinò a Korczak. Non ci furoro grandi gesti, canti, teste orgogliosamente erette; non ricordo che qualcuno portasse la bandiera della Casa degli Orfani, eppure dicono che ci fosse. C’era un silenzio terribile, sfiancato. Korczak trascinava un piede dietro l’altro, camminava come ingobbito, bofonchiava qualcosa fra sé e sé […]. Gli adulti della Casa degli Orfani, come Stefa Wilczynska, gli camminavano accanto, e così facevo io stesso. Nelle prime file i bambini andavano a righe di quattro, poi così come capitava, in ordine sparso, in fila indiana. Qualche bambino teneva Korczak per la giacca, o forse gli stringeva la mano. Camminavano come in trance.